L’edilizia è un disastro di produttività, ecco come costi e tempi possono dimezzarsi 

La produttività dell’edilizia è inferiore a quella degli anni Sessanta. C’è però un mondo nuovo basato sulla produzione industriale dei componenti e di una progettazione informatizzata che sta cambiando le cose: in Olanda e Germania ma anche in Italia

BIM edilizia-costi-e-tempi-possono-dimezzarsi
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Se si vuole capire quanto sia rivoluzionaria la cosiddetta “edilizia industriale”, un nuovo sistema di progettazione che si prefigge di abbattere drasticamente tempi e costi di produzione, bisogna partire dall’Ikea. La società svedese ha intenzione di costruire 50 alberghi smart (bassi prezzi ma con servizi da categoria superiore) in Europa, in collaborazione con la catena alberghiera Marriot. Stiamo parlando di 10mila camere da costruire in dieci anni, con un investimento da un miliardo di euro. Per riuscire a stare nei tempi e nei costi la strada scelta è stata quella dell’edilizia “off-site”, la quale prevede che gran parte dei componenti siano prodotti in fabbrica e poi trasportati sul posto. Se pensate, però, che questa sia la solita storia virtuosa dei Paesi nordici, siete fuori strada. La fabbrica dove Ikea ha deciso di far partire il progetto è a Corzano, vicino al lago d’Iseo, Brescia. Il colosso dei mobili ha deciso di affidarsi a un’azienda del posto, chiamata Wood Betton, da molti anni specializzata in alcune lavorazioni per prefabbricati che utilizzano contemporaneamente sia legno che calcestruzzo (è la società che ha montato l’Albero della Vita all’Expo 2015). La nuova fabbrica si chiama WbFactory, la sua costruzione ha visto un investimento di 20 milioni dal gruppo Ikea e ha già realizzato il primo prototipo, l’hotel Moxy di Malpensa, a pochi passi dal Terminal 2. Il secondo sarà a Linate, poi ne seguirà una serie tra Germania e Olanda.

Non è però un caso isolato. La veronese Open Building, gruppo Contec, ha realizzato 800 bagni per la nuova sede della Bbc a Londra. Sono partiti dall’Italia e sono stati assemblati in seguito, in genere da una sola persona, con notevoli economie di scala.

Altre piccole società italiane, come la Green Prefab, hanno invece scelto di svolgere un ruolo di aggregatori delle realtà che operano dentro la nuova edilizia industriale, un mondo che parte dal database e dal sistema di simulazione per progettazione e uso Bim (Building Information Modeling) e arriva fino alla produzione off-site, ossia fuori dal cantiere. Per quanto piccola, questa startup ha saputo inserirsi in una grande rete: ha una collaborazione con Microsoft, una con un istituto Fraunhofer tedesco, una con il Mit di Boston; per effettuare le simulazioni dei tool per l’energia (2,5 milioni di simulazioni per singolo edificio per arrivare alle configurazioni ideali) si appoggia a due supercomputer, a Barcellona e presso un istituto Fraunhofer in Germania. «Con questi energy tools il risparmio energetico nelle nuove costruzioni va dal 40 al 60-70% – commenta il Ceo di Green Prefab, Furio Barzon -. Con l’unione di questi strumenti, per i costi possiamo immaginare un abbattimento del 50%. I tempi passano da anni a mesi se non settimane. In Cina abbiamo già visto costruire un grattacielo in poco più di due settimane (nel 2015 a Changsha, provincia dello Hunan, edificio di 57 piani ndr)».

Indice di produttività
Indice di produttività

«Con questi energy tools il risparmio energetico nelle nuove costruzioni va dal 40 al 60-70%. Con l’unione di questi strumenti, per i costi possiamo immaginare un abbattimento del 50%. I tempi passano da anni a mesi se non settimane»

Furio Barzon, Ceo di Green Prefab

Le parole di Barzon e le storie delle altre società si sono sentite durante un incontro del Club REbuild, a Verona, nella sede del gruppo Manni, lo scorso 14 settembre. «L’edilizia industriale esiste già, ma non ha una bandiera, non ha un nome», ha detto Thomas Miorin, presidente di Re.Lab. Il punto chiave è che queste modalità costruttive possono rappresentare da una parte un’occasione di rilancio per un settore, quello dell’edilizia, che ha visto la propria produttività scendere: ponendo a 100 quella del 1964, oggi è a quota 89 (per confronto, quella della manifattura è pari a 253). Dall’altra potrebbe rappresentare un modo per riqualificare in tempi molti più brevi e a costi molto minori il patrimonio edilizio italiano: 18 milioni di case sempre più vecchie, insicure e inefficienti dal punto di vista energetico. Come ha già scritto Linkiesta, per raggiungere gli obiettivi europei di un risparmio energetico dell’80% al 2050, bisognerebbe partire subito al ritmo di una ristrutturazione al minuto. È il concetto di deep renovation, una riqualificazione in grado di trasformazione gli edifici in “energia quasi zero”, cosa che non avviene praticamente mai con l’attuale ecobonus. Durante l’incontro del Club REbuil Gianni Silvestrini, presidente del Kyoto Club, ha illustrato una proposta dell’Enea che prevede una nuova incentivazione: la copertura di gran parte del costo dell’intervento per gli edifici arriverebbe da un fondo ad hoc, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, mentre la restante parte sarebbe coperta grazie al risparmio economico generato in bolletta.

La strada massiccia della riqualificazione energetica degli edifici è stata seguita dalla Germania e dall’Olanda, Paese questo all’avanguardia con il suo sistema Energiesprong. Si segnalano però per l’attivismo altre nazioni non occidentali come Cina, Malaysia (dove si era pensato di affidare a questo metodo la costruzione di 500mila housing unit, un progetto però prima ridimensionato e poi considerato a rischio) e Bielorussia, dove lo Stato investirà 13 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni per finanziare – comportandosi di fatto come una Esco – un retrofit, cioè una ristrutturazione, di massa degli edifici. Altre zone calde del mondo sono New York City e la California, dove gli obiettivi sempre più stringenti in termini di emissioni (a New York meno 80% al 2050, in California impatto netto pari a zero per le nuove abitazioni dal 2020) aprono la strada a soluzioni di edilizia industriale. Perché questo sistema ha permesso all’Olanda di passare da una ristrutturazione che abbatte il 50% dei consumi e che costa 130mila euro a una rigenerazione che abbatte il 100% dei consumi e ne costa 50mila, con involucro, impianti, bagni e cucina inclusi.

«L’edilizia industriale esiste già, ma non ha una bandiera, non ha un nome»

Thomas Miorin, presidente di Re.Lab

Si potrebbe obiettare che gli edifici prefabbricati hanno il difetto di essere anonimi. Anche questa, tuttavia, è un’immagine legata al passato, «la novità è che ora è possibile la varietà senza un incremento dei costi», ha spiegato Thomas Miorin. Questo sarebbe possibile grazie ai sistemi di progettazione Bim e ai macchinari flessibili tipici dell’Industria 4.0, fenomeno dentro il quale l’edilizia industriale si inserisce. L’altra novità è la possibilità di affiancare alla costruzione di nuovi edifici delle smart grid o micro-grid, delle reti elettriche che permettono di condividere l’energia con i vicini.

Tutti questi fenomeni, ha fatto notare Ezio Micelli, presidente del comitato scientifico di REBuild, si scontra con la resistenza e la diffidenza ai sistemi Bim da parte degli studi professionali di architettura. Ma il rischio è che chi non si adegua rimanga fuori da una tendenza che, avendo delle caratteristiche disruptive, vedrà emergere nel mercato solo un numero limitato di operatori. Per chi investe, ha aggiunto, si apriranno anche le porte dell’export, sia tenendo il ciclo produttivo in Italia sia portandolo sui siti di produzione. Secondo Micelli «i costi possono ridursi dal 25 al 33% e i tempi di consegna dal 30 al 50%, secondo le prime stime disponibili».

Le aziende del Club REbuild sono state accolte lo scorso 26 settembre dal viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini. Durante l’incontro veronese lo stesso Nencini ha lamentato di come degli 8 miliardi di euro postati per il dissesto idreogeologico, nel primo anno ne siano stati spesi solo 118 milioni, per la povertà dei progetti. «Se esiste un soggetto privato che permette di tagliare i tempi, è da benedire», ha detto. «Vogliamo mettere 800 milioni di euro in due anni per l’housing sociale, sul modello olandese. Tutto quello che sarà innovativo sarà grasso che cola».

Il club REbuild è una formula di incontro ristretta di REbuild, una community più ampia che fa capo alla Re.Lab, una società controllata dal Distretto Tecnologico Trentino. Tra gli incontri aperti a tutta la community e agli imprenditori interessati, il prossimo è quello del 18 ottobre a Milano, nella sede di Assolombarda (co-organizzatrice dell’evento) sul tema della Città del futuro. La partecipazione è gratuita salvo prenotazione.

 

Sorgente: L’edilizia è un disastro di produttività, ecco come costi e tempi possono dimezzarsi – Linkiesta.it

Masterplan per trasformare il Lido nell’isola del lusso

Venezia. L’Agenzia Sviluppo Venezia ha presentato ai possibili investitori una serie di contenitori a uso alberghierodi Enrico Tantucci

LIDO. Un Lido 5 stelle. È questo il futuro – solo turistico – dell’isola secondo il masterplan predisposto dall’Agenzia Sviluppo Venezia (voluta dal sindaco proprio per attrarre nuovi capitali su Venezia) e proposto ieri agli investitori che sono accorsi in massa nella sede del Casinò di Ca’ Vendramin Calergi.

POTENZIALI INVESTITORI. Una fila di potenziali investiotori. Non c’erano solo Marco Sangiorgio, direttore generale di Cassa Depositi e Prestiti – che ha in corso con Club Mediterranée e Th Resorts il progetto per la trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in un resort di lusso con area benessere – e Matteo Ravà, manager di Coima, che si sta occupando della prossima ristrutturazione degli hotel Excelsior e Des Bains (ne riferiamo a parte). Ma c’era, ad esempio Paolo Giacobbo, del Gruppo Marzotto di Vicenza, che punta a realizzare un resort di lusso da 120 camere nell’ex Colonia Padova agli Alberoni, anche se non ha ancora ottenuto il via libera per la realizzazione di una piscina al servizio del complesso. E Pietro Mazzi e Marco Recalcati alla guida dei settori Real Estate di due colossi bancari come Banca Intesa e Unicredit. Ma anche Vieri Nissim, advisor italiano del Fondo Yida cinese, che ha già messo gli occhi in Italia su Esselunga. O Mauro Sbroggiò, amministratore delegato della Finint di Enrico Marchi.

L’AFFARE. Perché tutti hanno fiutato l’affare e capito che il Lido è attualmente sottofinanziato e sottovalutato e con la ripresa immobiliare in arrivo e la vicinanza con la Venezia storica, ormai satura di posti-letto alberghieri, può diventare un’opportunità di investimento per un nuovo turismo alberghiero di fascia alta, quello su cui stanno investendo Cassa Depositi e Prestiti e Coima. Una lista di “contenitori” a uso alberghiero. Più che un piano strategico di sviluppo dell’isola, quello che il presidente dell’Agenzia Sviluppo Venezia Beniamino Piro ha presentato agli investitori – con il prosindaco del Lido Paolo Romor – è stata una visione “a volo d’uccello” dei possibili contenitori a uso alberghiero dell’isola, insieme a un po’ di numeri, impietosi, sulla situazione attuale. «Il Lido ha circa 540 mila presenze alberghiere annue – ha detto – poco più di quelle di Eraclea e le stesse degli anni Cinquanta quando Cavallino Treporti supera i 6 milioni, Jesolo è oltre i 5 milioni e 300 mila e Caorle un milione più sotto. Offre poco più di 4 mila posti-letto alberghieri – con un solo albergo a cinque stelle oggi funzionante- contro i quasi 9 mila di Eraclea, o gli oltre 60 mila di Jesolo o i 72 mila di Cavallino-Treporti. Per questo bisogna puntare su un nuovo sviluppo alberghiero di qualità, anche per il Lido, che crei nuovi posti di lavoro. Nel masteplan abbiamo reinserito anche la grande darsena di San Nicolò che voleva realizzare EstCapital accanto all’ex Ospedale al Mare. Il progetto c’è già per chi volesse investire. Pensiamo ad esempio che l’area balneare vicino via Klinger potrebbe diventare un grande spazio riservato al divertimento e allo svago giovanile, concentrando qui locali e attività».

DISTRETTO SANITARIO SPOSTATO ALLA FAVORITA. La riunione è servita anche ad aggiornare lo stato di avanzamento del masterplan dell’ex Ospedale al Mare che sarà presentato a settembre da Cassa Depositi, con Club Mediterranée e Th Resorts. Presente anche il direttore generale dell’Asl Serenissima Giuseppe Dal Ben, si è ragionato anche di un ridimensionamento o di un possibile spostamento del Distretto sanitario del Lido dal Monoblocco nell’area della Favorita, attualmente libera. I servizi attuali saranno mantenuti ma Dal Ben ha chiarito che, essendo già l’Ospedale Civile di Venezia sottoutilizzato, non è possibile pensare a nuovi investimenti di carattere sanitario. Nel progetto in corso per l’ex Ospedale al Mare, Club Méd si occuperà in particolare del nuovo resort del lusso, mentre Th Resorts dovrebbe curare anche gli aspetti dell’area benessere, compreso il ritorno delle sabbiature, care al sindaco Luigi Brugnaro. Da capire anche quali degli ex padiglioni sanitari dell’Ospedale al Mare verranno mantenuti e ristrutturati e quali abbattuti, anche perché fatiscenti. Su questo, dopo la presentazione del masterplan, si aprirà la delicata trattativa con la Soprintendenza veneziana, tenendo però anche conto del fatto che esiste già un progetto residenziale-alberghiero per l’area presentato da EstCapital e approvato anche dall’organo di tutela, che può rappresentare un punto di partenza.

Sorgente: La nuova venezia masterplan per trasformare il lido nell’isola dell lusso

Fsi lancia il Fondo dei Fondi sovrani: con Qatar e Kuwait

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Fsi lancia il Fondo dei Fondi sovrani: con Qatar e Kuwait

Nasce il Fondo dei Fondi sovrani. Sorgerà, dopo l’esperienza del Fondo Strategico Italiano e in continuità con l’attività precedente, sotto la regia di Maurizio Tamagnini e con un obiettivo preciso, cioè investire sul Made in Italy per supportare i grandi gruppi tricolori con l’appoggio dei maggiori fondi sovrani internazionali: Kuwait, Qatar (nella foto l’emiro con la moglie) ma anche, secondo indiscrezioni, altri veicoli sovrani asiatici.

L’iniziativa, secondo indiscrezioni, sarebbe ormai in rampa di lancio e dovrebbe rappresentare un modello unico, a livello internazionale, per il livello dei sottoscrittori e per la strategia: focalizzata per investire sulle eccellenze del Made in Italy.
La Cassa Depositi e Prestiti, che ha supervisionato il progetto tramite la coppia di vertice Claudio Costamagna e Fabio Gallia, dovrebbe avere una quota di minoranza della nuova struttura di investitori: si parla di circa il 25 per cento.
Ancora top secret invece i nomi dei partecipanti all’iniziativa che sarebbe stata costruita nei dettagli da Maurizio Tamagnini, il banchiere ex-Merrill Lynch arrivato alla guida del Fondo Strategico Italiano nel 2011.
Ma, secondo i rumors che circolano, ci sarebbero i maggiori fondi sovrani al mondo pronti a impegnarsi finanziariamente sul nuovo veicolo Fsi, che avrà un commitment iniziale da un miliardo.
Ma dovrebbe, nel giro di qualche mese, raggiungere i 2 miliardi: a sottoscrivere il fondo Fsi dovrebbero, essere, secondo indiscrezioni, il fondo sovrano del Kuwait, che avrebbe già definito la somma da dedicare al veicolo, ma anche Qatar Holding, fino a importanti fondi sovrani dell’Asia Centrale e dell’Estremo Oriente.
Il nuovo Fsi nasce dopo l’esperienza del Fondo Strategico Italiano, durata sei anni: le partecipazioni rilevanti del Fondo, che aveva come scopo la difesa dell’italianità, delle imprese sono infatti finite a Cdp Equity.
Il Fondo Strategico Italiano, anche nella sua versione passata, ha avuto come aspetto centrale l’alleanza con i grandi fondi sovrani esteri. Era stata stretta ad esempio una joint venture col Qatar (Iq Miic) poi sciolta e riconvertita in impegni a investire. Tra i soci arabi c’era lo stesso Kuwait.
Ora nel riorganizzato Fsi entreranno con quote importanti proprio il Kuwait, che si sarebbe già impegnato, e successivamente il Qatar. Ma la verà novità è che entreranno anche altri fondi sovrani nel nome di un’alleanza per ora unica a livello internazionale.
Del resto, il fondo guidato da Maurizio Tamagnini è già membro dell’International Forum of Sovereign Wealth Funds (Ifswf). Nel 2014 la maggiore associazione al mondo che riunisce i fondi sovrani, big del settore espressione di autentiche potenze finanziarie d’investimento (come la Cina, la Malesia, la Norvegia, il Qatar, la Russia, Singapore, gli Emirati Arabi, il fondo della Corea e diversi altri) aveva infatti accolto il Fondo Strategico, in rappresentanza dell’Italia. Proprio tra questi fondi sovrani sarebbero individuabili secondo i rumors gli altri partner dell’iniziativa.
Con il riassetto del Fondo Strategico, all’interno della più ampia riorganizzazione di Cdp, il target resteranno gli investimenti in aziende del Made in Italy, anche di grandi dimensioni, da accompagnare in alleanza con l’imprenditore nel percorso di crescita internazionale con la prospettiva della quotazione in Borsa.
Sarà un fondo, secondo il piano delineato, non in diretta concorrenza con il private equity, in quanto si baserà su una strategia di più lungo periodo e paziente: quindi anche con l’acquisto di minoranze qualificate.
Il nuovo Fsi non investirà in banche e assicurazioni oppure in aziende in fase di turnaround e ristrutturazione. E proprio per meglio evidenziare il proprio ruolo, al fianco del fondo lavoreranno alcuni consulenti industriali assai noti per il passato alla guida di grandi multinazionali: come Michele Norsa (ex-Ferragamo), Eugenio Razelli, manager già per dieci anni amministratore delegato di Magneti Marelli, e Umberto Della Sala, ex-Foster Wheeler.
Inoltre, tra i sottoscrittori del fondo, al termine della riorganizzazione di Fsi, entreranno anche assicurazioni, Fondazioni e family office di grandi famiglie imprenditoriali italiane ed europee.

Sorgente: The Insider | Fsi lancia il Fondo dei Fondi sovrani: con Qatar e Kuwait

Fsi: lancia nuovo fondo di fondi sovrani per il Made in Italy 

Nasce il fondo FSI Mid‐Market Growth Equity Fund per alimentare la crescita delle imprese del Made in Italy. Dotazione iniziale di 1 miliardo, ma obiettivo è raggiungere i 2 miliardi
Fsi: lancia nuovo fondo di fondi sovrani per il Made in Italy 
Fsi: lancia nuovo fondo di fondi sovrani per il Made in Italy 

Il Fondo Strategico Italiano avvia un nuovo strumento per consentire gli investimenti in imprese italiane del Made in Italy. FSI Sgr, nel quadro della riorganizzazione prevista dal Piano Industriale al 2020 del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, ha infatti lanciato FSI Mid‐Market Growth Equity Fund, dedicato appositamente “alle imprese leader del Made in Italy con prospettive di crescita, trasformazione e consolidamento nei mercati internazionali, al fine di supportarle in tutto il loro percorso di crescita con una logica da investitore paziente”.

La dotazione iniziale sarà di oltre un miliardo di euro, ma l’obiettivo è raggiungere i due miliardi di capitali da investire e magari da “incrementare significativamente con i co‐investimenti degli investitori”. Oltre a CdP, nel ruolo di anchor investor, figurano come sottoscrittori alcuni principali fondi sovrani di Medio Oriente, Estremo Oriente e Asia Centrale, società di assicurazione e banche europee, fondazioni e asset manager. Nei closing successivi sono attesi fondi pensione italiani e internazionali e finanziarie di alcuni gruppi industriali. Per il momento non sono state fornite indicazioni più precise sugli investitori ma indiscrezioni degli ultimi giorni fanno riferimento a grandi fondi sovrani come quelli del Qatar e del Kuwait.

Caratteristica del nuovo strumento sarà non solo la focalizzazione su un singolo Paese ma anche una “marcata vocazione ad attrarre capitali internazionali”. Infatti gli investitori esteri rappresentano, nel primo closing, il 60% del totale”.

Il Fondo, guidato dall’amministratore delegato Maurizio Tamagnini, già numero uno di Fondo Strategico Italiano, avrà il compito di investire in partnership con imprenditori, famiglie e manager per la crescita dimensionale delle aziende facilitando i processi di successione e favorendo un percorso di quotazione in Borsa. Gli investimenti saranno principalmente di minoranza e con limitato ricorso alla leva finanziaria. Il Fondo non investirà in società in stato di crisi, attività immobiliari, infrastrutture greenfield, banche e assicurazioni.

“FSI si pone come ponte fra gli investitori di lungo periodo, tra cui i fondi sovrani, e le eccellenze italiane, fornendo alle aziende carburante per la crescita accanto agli imprenditori”, ha dichiarato Tamagnini.

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